Nel secondo semestre non avevo mai lezione il venerdì. Tuttavia, quella mattina mi ero comunque alzata presto: più o meno alle otto. Avevo fatto lo zaino, ero uscita di casa con l'auto e avevo preso delle ciambelle ripiene alla crema e due cappuccini da portar via nel primo bar incontrato lungo la strada; ero arrivata ai Colli, ero entrata in casa D'Amelio e avevo buttato giù dal letto anche Alessio. Perciò, un quarto alle dieci eravamo tutti e due seduti al tavolo del salotto: lui davanti al portatile, con il file della tesi sulla corrente postmoderna americana aperto sul desktop e gli occhiali da presbite sul naso; io, formalmente, ancora indecisa se iniziare o meno a leggere il libro di Epistemologia o se concentrarmi su un altro esame, l'unico che non ero riuscita a sostenere all'appello di gennaio; in realtà, con lo sguardo imbambolato sulla parete, a osservare la fila di cartoline che avevamo ricevuto dopo quella di Granada. Cordova, Toledo, Madrid, Saragozza, Lleida, Carcassonne, fino all'ultima: Tolosa. Era una mattina di primavera, nel cielo non c'era neanche una nube. Diotima era in giardino, Iggy Pop dormiva in una cuccia nel corridoio accanto.
- Uhm, mi ha appena scritto Luciano.
- Chi Luciano? - mi voltai verso Alex. Con il piede premuto contro una gamba del tavolino, mi spingevo all'indietro, la sedia per metà sollevata.
- Quello di Scienze della Terra, - mi rispose. - Dice che ha finito con il tuo sasso, e che oggi sta tutto il giorno al laboratorio di Petrologia. Gli ho risposto che però oggi noi non avevamo lezione, perciò non ci siamo. Che faccio? Gli chiedo per la prossima settimana? - Teneva le dita sospese sulla tastiera. - Lunedì?
- Hmmm, - Osservai la copertina del manuale di storia medievale, ancora chiuso, davanti a me. - Io oggi non ho tanta voglia di studiare, a dire il vero.
Alessio proiettò lo sguardo oltre la finestra, alle mie spalle. Il riflesso del cielo colorò di un azzurro tenue le lenti dei suoi occhiali.
- Se partiamo subito, dovremmo arrivare prima di pranzo, - considerò.
Ed entro dieci minuti eravamo in macchina, con lui alla guida, io sul sedile del passeggero a fare zapping tra le stazioni radio, tutti i libri lasciati in salotto, in tasca solo lo smartphone che mi era stato regalato a Natale, il portafoglio e il sasso grigio. Proprio come previsto, arrivammo in città che erano più o meno le undici e mezza, sebbene la ricerca di un parcheggio libero a ben quindici minuti a piedi dalla Facoltà di Scienze della Terra ci portò via un'altra mezz'ora.
Entrammo nell'edificio e superammo l'area ristoro. Studenti e professori si muovevamo attorno a noi, passando da una porta all'altra, dall'esterno all'interno e viceversa; Alessio fermò in mezzo all'aula magna almeno un paio di loro: scusi, dove si trova il laboratorio di Petrologia? Secondo piano, ala est; e dove sono le scale per arrivarci? Scusi, il laboratorio di Petrologia è per di qua? Sì, guardi, vada a destra, sorpassi quella pianta, in fondo al corridoio.
E ci ritrovammo nel corridoio dell'ala est: sulla sinistra, una fila di laboratori e uffici; sulla destra, delle ampie finestre che si affacciavano su una via secondaria. Si intravedevano delle scritte allo spray sui muri scrostati, dei motorini parcheggiati, le insegne di un supermercato e di un cinema. Raggiungemmo l'ultima porta: grigia, pesante, lasciata appena socchiusa. Alessio bussò con le nocche contro il metallo e si affacciò.
- Luciano? - Io mi trovavo dietro di lui, non vedevo ancora l'interno della stanza.
- Alessio, vieni, entra pure, - sentii dall'altra parte.
Ed entrammo. Strane strumentazioni riempivano la stanza quasi per intero, ognuna collocata su un banco in acciaio; la prima impressione che ebbi di quell'ambiente fu quella della confusione: tutte quelle attrezzature facevano sembrare il laboratorio più stretto e scomodo di quanto già non fosse; ma poi intuii che ogni cosa era sistemata secondo un ordine - un ordine che non comprendevo, ma c'era. Una serie di lampade bianche illuminavano le file di ripiani dall'alto del soffitto e un fascio di luce sottile penetrava da delle finestre sigillate, oblunghe, in alto sul muro di sinistra. Il ricercatore, un ragazzo forse di poco più grande di Alex, se ne stava vicino a un macchinario; piccolo di statura, con una folta barba bruna, intervallata da qualche pelo bianco. Quando ci vide entrare, in successione, sì alzò e si sistemò le pieghe della polo color kaki sul petto.
YOU ARE READING
Recursion
Fantasy«Non c'è evento che avvenga una volta soltanto, né cosa che esista senza esser già esistita.» 11 novembre 2011, ore 00:42 Questa la data e questa l'ora a partire dalle quali Chiara - studentessa di 21 anni nella città di Pisa - non subirà mai più al...
