Capitolo 1: 𝐷𝑜𝑛𝑜 𝑑𝑒𝑙𝑙'𝐼𝑛𝑔𝑎𝑛𝑛𝑜

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Warning: questo capitolo contiene scene di violenza.

Novecento anni dopo

Circolavano voci su dodici ragazze, nascoste nelle ombre della notte, capaci di sterminare un esercito di cinquecento mila soldati con il dono con cui erano nate: il caos. Si diceva che avessero una bellezza letale, in grado di insinuarsi nelle menti di qualsiasi essere umano e farlo piegare alle loro volontà. Nessuno era mai riuscito a catturale, né tanto meno a riconoscerle alla luce del giorno. Erano nomadi che si muovevano con la brezza notturna del Sud, comparivano nell'ombra e alla luce del sole la mente di chi ne era stato vittima non era più la stessa.

Le Ingannatrici, venivano chiamate.

I popolani erano convinti fossero le infiltrate dell'esercito di Nixal Da Hodr, l'oscuro signore che regnava nell'isola ad alcune miglia di distanza dalla costa a Ovest di Frostcoast. Nessuno da millenni riusciva più ad accedervi. Intorno a lui si era creato un alone di mistero invalicabile. L'unica cosa certa era che fosse il nemico del continente e che chi aveva dei poteri era destinato all'esercito proprio per rafforzare la difensiva. Ogni settimana il Re e la Regina si affacciavano dal loro balcone del Palazzo Reale della capitale, Edania, per aggiornare il popolo sull'andamento della battaglia sulla Frostcoast. Perché il vero obiettivo di Nixal Da Hodr era conquistare il continente e sterminare il popolo umano, perchè regnassero i Magus. O almeno così dicevano i Reali. Era una guerra che aveva preso forma secoli e secoli prima e le nuove generazioni, compresa la mia, non potevano sapere il vero incipit della storia. Sapevamo solo quanto il Re e la Regina lasciavano trapelare: il Principe Tenebris aveva dato luogo ad una battaglia sulla costa e mosso le Ingannatrici per conquistare nell'ombra.

Ma la verità, come è noto, è solo una versione della storia raccontata da qualcuno.

«Per favore...» piagnucolò l'omuncolo piegato sulle sue ginocchia.
Patetico. Pensai.

Lo guardai contorcersi. Avevo scelto delle catene, spesse e intrecciate ad un filo spinato. Solitamente preferivo modi più rapidi e semplici per generare sofferenza, ma quel giorno avevo tempo da perdere.

Lungo le sue braccia il sangue colava creando un gioco di venature sulla superficie della sua pelle che ricordavano la lava di un vulcano in eruzione.
Aveva lasciato andare il capo indietro, gli occhi rossi si rivolgevano alla luce accecante sul soffitto.

Portai le mani dietro la schiena e gli girai attorno. Era un uomo, non un Magus, la sua morte sarebbe stata molto rapida. Ma nonostante le intenzioni della Tutrice fossero ben chiare, io avevo i miei piani, li avevo sempre avuti dopo che mi aveva accolta nella sua fortezza nascosta ad Obnia. Della notte in cui la incontrai ricordavo ben poco, gran parte di quella che era stata la mia vita prima di lei l'avevo dimenticata.

«Sto aspettando una risposta da un po'» canticchiai e la mia voce si scontrò contro le pareti, vibrando come eco di sirena.
«Non posso... io non posso...»
Abbozzai un ghigno.
La Tutrice mi aveva insegnato a mettere da parte la compassione.
È una zavorra che indebolisce e tu non puoi concederti a nulla e nessuno, tanto meno alla debolezza.
Diceva mentre mi spazzolava i capelli la sera. Lei mi aveva cresciuta, mi aveva fatta sentire accettata e compresa. Mi aveva insegnato a vivere come chi aveva i miei doni viveva. Così avevo imparato ad essere spietata.

Le mie dita danzarono impercettibili nell'aria e l'uomo iniziò a gridare.
Gridava fino a perdere fiato. E quando non ne ebbe più, tossicchiò sangue. Ma non morì. Non poteva in effetti.

Mi piegai su di lui e sussurrai al suo orecchio: «Se rispondi alla mia domanda, tutto questo finirà.»
Iniziò a singhiozzare. «Morirò in ogni caso.»

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