26.

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"Certe donne non sono fatte per essere domate, forse hanno bisogno di restare libere finché non trovano qualcuno altrettanto selvaggio con cui correre."
-Carrie Bradshaw.

Era una notte come tante, la luna splendeva nel cielo scuro e le stelle parevano volersi mostrare ancora di più, ma questo era normale ad Hogwarts,  la cosa insolita erano quelle due persone che camminavano nell'ombra verso il grande portone in legno.
«Hogwarts.»
Era stato l'uomo a parlare. Aveva una strana luce negli occhi, come se si stesse trattenendo dal fare qualcosa. 
La donna, se pur inquietante tanto quanto lui, sembrava molto più tranquilla e gli rivolse un cenno d'assenso col capo.
Già, quella era proprio Hogwarts.
«Quanto tempo.» sospirò.
Aveva i capelli neri, lisci e lunghi fin sotto il sedere, che oscillavano sensualmente ad ogni suo passo. Pur avendo il volto coperto da un enorme cappello scuro, si poteva notare la pelle bianchissima e lucida. Sembrava una bambola di porcellana; minuta, elegante e aggraziata nei movimenti.
Anche l'altro non era da meno, i capelli nero inchiostro avevano delle sfumature blu elettrico per merito della luna, la pelle era quasi più bianca di quella della donna che gli camminava vicino, ma la cosa angosciante e allo stesso tempo attraente dell'uomo, erano gli occhi.
Due occhi rossi come il fuoco che fissavano attentamente ogni cosa vicino a loro.
Due occhi rossi spaventosi.
Due occhi rossi potenti.
Due occhi rossi magnetici.
Due occhi rossi come le fiamme dell'inferno, calde è vero, ma pur sempre fiamme.
Il cappuccio del mantello lo riparava dalla fresca brezza notturna e celava alla vista un tatuaggio che partiva dal collo fino a percorrere tutta la colonna vertebrale.
Spettrale.
Ecco, quella era la parole esatta per descrivere quella scena.
Una strana nebbia li avvolgeva mentre, nei pressi della scuola, un'altra persona stava andando loro incontro.
Quando furono finalmente vicini, nessuno proferì parola; si limitarono ad entrare silenziosamente nel grande edificio e solo allora l'uomo parlò, sfoderando il suo miglior - terribile - sorriso.
«Minerva, quanto tempo.»

La mezzanotte era suonata da parecchio nel dormitorio Serpeverde e questo voleva dire che
- ovviamente - erano tutti svegli a bere e ballare nella loro sala comune.
Beh... Tutti eccetto due.
E questi due erano per l'appunto Draco Malfoy e Blaise Zabini.
Quest'ultimo si stava dilettando nell'insegnare al suo nuovissimo lemure come mangiare un chicco di riso senza sporcarsi, con - l'apprezzatissimo -sottofondo delle sonore imprecazioni di Malfoy, infatti il ragazzo, stravaccate in malo modo sul suo letto a baldacchino, stava maledicendo ogni Santo possibile che gli passasse per la testa.
Voleva solo dormire, per Salazar!
«Zabini, una volta tanto ascoltami. Sbarazzati di quel topo e mettiti a dormire.» sbuffò sonoramente, nascondendo la testa sotto il cuscino; un'inconfondibile segno di protesta. 
Il moro non diede segno nemmeno di averlo ascoltato, continuando a parlottare (con una voce da demente) beatamente con quella sottospecie di animale.
«È un lemure, Malfoy. So che la tua ignoranza è sconfinata, ma almeno vorrei che capissi che non è un topo.»  aggiunse dopo un po' senza nemmeno degnarsi di alzare lo sguardo su di lui, troppo preso a giocherellare con le zampetto della bestiola.
«Topo o non topo, lo voglio fuori di qui.»
Il ragazzo dalla pelle color moka finalmente si decise a guardarlo in faccia e con un gesto teatrale si portò la mano al petto, fingendo un'innata disperazione. 
«Oh, come puoi essere così...crudele?»
«Crudele? Crudele?!? Zabini! Poxca Umbridge! Sono le 3 del mattino e ho un mal di testa terribile. Ti dispiacere piantarla di comportarti da cretino?  E metti a tacere quel topo - fermò Blaise dall'intervenire con un gesto della mano - o qualunque cosa sia, o lo farò io con la magia.»
Draco era letteralmente esploso.
Non riusciva più a ragionare troppo era il sonno e il fastidio del suo compagno di banco. Aveva fatto una sfuriata da dieci e lode, non si erano sentite mai urla tanto forti in quella stanza. Due ragazzini del secondo anno si erano addirittura affacciati a vedere se andava tutto bene e, ovviamente erano stati cacciati in malo modo dal ragazzo.
«Se le cose con la Granger non vanno bene non puoi prendertela con me.»
Quello non doveva dirlo.
Per dirla tutta, non doveva nemmeno pensarlo.
Ma soprattutto non doveva dirlo.
Fu un secondo; bacchetta in mano, schiantesimo, Zabini a terra.
Gli occhi di Draco lanciavano saette.
«Non osare con me, Zabini. Posso fare cose che neanche potresti immaginare.»
«Smettila Draco.» sorrise perfido. «Fare cosa? Non hai il coraggio di affrontare la Granger, e poi vieni a minacciarmi? Ma fammi il piacere!»
Cosa? Come? No poteva... Vero? No.. Ma? Lui... Arrghhh.
Zabini aveva la capacità di istigare al suicidio qualsiasi essere umano dotato di orecchie funzionanti.
E per sfortuna, le sue funzionavano fin troppo bene.
Cercò con lo sguardo una qualsiasi cosa appuntita o anche solo da poter lanciare contro al moro prima che si rialzasse, ma ovviamente non c'era niente di utile. Tutto troppo lontano e troppo al suo posto. Lui l'aveva sempre detto, il suo compagno di stanza era troppo disordinato e questo, di conseguenza, lo obbligava a - oltre che - mettere a posto la sua roba, sistemare anche quella di lui.
«Stupeficium»
«Protego»
Draco pur stando con la testa tra le nuvole, a pensare ai 101 modi con cui avrebbe potuto uccidere dolorosamente Blaise, schivò l'incantesimo con estrema facilità.
Orami i due erano entrambi in piedi e si fronteggiavano, stavano solamente aspettando chi avrebbe fatto la prima mossa, ma quella non arrivò perché Draco stanco di stare in piedi, si diresse di nuovo verso il suo letto e una volta infilatosi sotto le calde coperte si limitò a dire solo una parola al suo interlocutore mentre agitava la bacchetta: «Silencio.»

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