Past

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-Domani te lo porto.- gli dissi prendendo la giacca che avevo appeso -Te lo prometto.-

-Oh ti prego, con l'ultima frase hai rovinato tutto. Non mantieni mai le promesse.- mi schernì ridendo.

Misi la giacca guardandolo con gli occhi socchiusi, presi anche la sciarpa mentre lui spense le luci della cucina.

-Non lo faccio con cattiveria, lo sai. Ho solo una pessima memoria.- spiegai allargando le braccia.

-Oh, fidati lo so. In due anni che mi hai promesso i tuoi dolci al cioccolato non ne ho mai visto uno neanche in foto.- continuò.

Aspettai che si mise il cappotto sottile e quando fu davanti a me lo spinsi leggermente dalle spalle.

-Sai Jackson, sei una persona davvero cattiva a volte.- mi lamentai uscendo dal negozio.

Lo guardai manovrare con la serratura, quando porse lo sguardo su di me rise ancora.

-Scusa, non volevo offenderti.- rise ancora.

Alzai gli occhi al cielo. Feci qualche passo verso la strada, mi strinsi nella giacca, un vento pungente cercava di entrarmi sotto ai vestiti.

-Sicura che non vuoi un passaggio, Hayley?- urlò Jackson alzando la mano con cui teneva la chiave della macchina.
Potevo vederla scintillare nel buio della sera.

-No, grazie.- risposi sorridendo.

Lo vidi alzare le spalle e girare l'angolo.
Mi voltai verso la strada deserta, quella sera non c'era neanche una macchina che passava tra le strade di Londra. Era come se ad una certa ora la città si spegnesse, potevo vedere le luci dei palazzi davanti a me illuminare le strade.

Aspettai con pazienza con la faccia affondata nel colletto della giacca un pullman.
Sorrisi quando lo vidi arrivare e sbracciai per farmi notare.

Sospirai entrando in esso e, sentendo l'aria calda che usciva dai bocchettoni, mi rilassai.

-Dove deve andare?- mi chiese il conducente.
Era un anziano signore, indossava un capelli ed una divisa blu e nera. Mi sorrise.

-Ultima fermata.- risposi infilando una mano in tasca per prendere delle monete.

-3£-

Morsi il labbro inferiore nell'impresa di afferrare le tre monetine che vagano nella mia tasca.
Dopo qualche secondo gliele porsi, mi diede uno scontrino prima di chiudere la porta automatica dietro di me.
Persi leggermente l'equilibrio quando accelerò, afferrai una sbarra di metallo per non cadere e avanzai a grandi passi verso uno degli ultimi sedili di ferro.
Mi sedetti vicino al finestrino, lanciando un occhiata alla signora delle prime file che mi guardava con sufficienza.
Spostai lo sguardo alla strada oltre al finestrino, mi piaceva viaggiare sul pullman. Era come se non fossi in grado di controllare la mia meta, se non fossi scesa alla fermata giusta il pullman mi avrebbe riportato al punto di partenza.
La parte del vetro vicino al mio viso si appannò, ci passai subito la mano contro per poter di nuovo guardare fuori. Quando ero una studentessa e vivevo ancora a casa di mio padre prendevo sempre il pullman per andare a scuola.

Mi ricordai di tutti i giorni che avevo passato a guardare fuori da questi finestrini a pensare a lui, appena arrivai qui, era inevitabile che non pensassi alla mia vita in America. A cosa avevo lasciato, a cosa mia madre mi aveva obbligato a trascurare.

Come darle la colpa? Avevo perso tutto, non avevo più una migliore amica e il ragazzo di cui ero innamorata mi aveva usato.
Mia sorella Evie è rimasta li, invece, troppo attaccata a quella terra per considerare l'Inghilterra. La sua vita era stata così lineare che un po' la invidiavo.
Aveva finito l'università, aveva passato l'estate con me e mio padre, e poi era tornata in America per trovarsi un lavoro.

Disconnect 2Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora