November rain

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SPAZIO AUTRICE
Carissime amiche, scrivo all'inizio di questo nuovo capitolo perché temo che alla fine qualcuna non legga. Vi chiedo immensamente scusa per l'attesa con cui pubblico queste nuove righe. Purtroppo, a causa di problemi di salute che mi hanno riguardato molto da vicino, e che forse non sono ancora terminati, non ho potuto scrivere e mantenere la promessa fatta di aggiornare presto. Non mi sono scordata di voi, ma sfortunatamente la vita non va sempre come vorremmo e gli imprevisti ci obbligano a prestare la nostra attenzione là dove è necessaria. Oggi, finalmente ho avuto tempo di pubblicare e quindi eccomi di nuovo a voi. Vi comunico che stiamo arrivando alla fine della storia, mancano tre o forse quattro capitoli alla conclusione è il prossimo è quasi finito quindi non vi costringerò a lunghe attese. Naturalmente spero che anche questo capitolo vi piaccia e abbiate voglia di commentarlo. Attendo le vostre parole le ⭐️ e come sempre, anzi oggi più che mai, vi abbraccio e vi ringrazio. Vostra Velmachelly

La fine di novembre con il suo carico di pioggia, si avvicina velocemente.
Dopo quella sera a casa di Miranda, di lui non ho avuto più notizie. Il silenzio è la giusta definizione. Le mie visite allo Juventus center sono organizzate in due volte la settimana, ma con Paulo non ho più avuto contatti diretti, ho incrociato il suo sguardo forse tre o quattro volte. In quegli occhi mi è sembrato di leggere qualcosa, una muta conversazione che però non ho mai approfondito.
Il suo compleanno è arrivato mentre si trovava in Russia per una partita della nazionale ed io a Torino, presa nel mio lavoro in ospedale, immersa nella vita che facevo prima di lui, o almeno così mi piace pensare.
Il suo rendimento in campo ha avuto un brusco calo. Dopo il travolgente inizio, dopo i gol a valanga è come se nella sua testa si sia spento qualcosa, o ci siano toppe cose a cui pensare.
Mi addolora vederlo così perché so che sta soffrendo, ma se solo mi fermo a pensare a ciò che è successo, alle sue parole, a quelle promesse sbugiardate il giorno dopo, mi sembra che una lama mi trafigga il cuore.
Dolore e delusione sono i due sentimenti che mi invadono. Niente rabbia, no, solo dolore e delusione.
Delusione perché alle sue parole ci avevo creduto davvero, anche se per poche ore, ci avevo creduto. Mi ero immaginata un futuro, un domani, un dopo che non mi ero mai concessa con nessuno, almeno non dopo l'intervento.
Dolore, perché tutto' dentro e fuori di me sembra provare solo dolore, desolazione e solitudine, non quella solitudine che avevo scelto, ma quella che mi è ripiombata addosso dopo aver compreso che quel domani che sognavo non poteva esistere, che amavo, amo, un uomo che un'altra donna renderà padre. Tanto io non ci sarei riuscita comunque.
Con questi pensieri entrò nel reparto rianimazione. La notte appena trascorsa è stata come tutte quelle che si sono succedute dopo quel giorno: quasi insonne, costellata di sogni incomprensibili nei pochi minuti in cui ho chiuso occhio, risvegli bruschi tra sudore e malesseri vari.
E infatti, questa mattina non sono proprio un fiore. Per alzarmi ho dovuto trascinarmi con la forza fuori dal letto, gettarmi sotto la doccia, vestirmi in fretta con un paio di jeans e un maglione. Non ho avuto la forza di truccarmi e a pensarci bene nemmeno di fare colazione.
Lo stomaco mi sembra chiuso in una morsa da cui non riesco a liberarlo. Passando dal bar ho preso solo un caffè e ora, tolti gli abiti civili e indossato il mio camice mi dirigo alla stanza di Isabella.
Lei invece si è ripresa, non come speravo, ma sta un po' meglio. Uscita dal coma farmacologico ora è in una stanza del reparto, fuori dall'isolamento, dove i genitori, gli amici, i compagni di scuola, si tuonano a tutte le ore per non lasciarla sola.
Ma Isabella è una forza della natura. Dopo il coma sembra aver raggiunto una nuova consapevolezza, emana una luce che non le ho mai visto prima, una calma fatta di pacata serenità che farebbe impallidire il Dalai Lama.
Questo mi rende felice. Almeno questo, il lavoro che ho scelto, i risultati che ottengo, sono ancora un ancora di salvezza a cui mi aggrappo con tutte le mie forze.
Mentre mi dirigo alla stanza 10-B della mia paziente saluto infermieri e colleghi che incrocio. Nei loro occhi vedo punti di domanda. Alle mie spalle sento frasi sussurrate "ma cosa le è successo?", "secondo me non sta bene...", "non l'ho mai vista così...", "...come è dimagrita!".
Bisbigli. Sussurri. Spizzichi di conversazione. Credono che io non li senta, ma li sento, e comunque le domande si leggono nei loro occhi.
Non mi interessa. Non metto più nemmeno "l'armatura esterna" non ho voglia di star dietro a ciò che dice la gente è a tutto quello che facevo prima per "mascherarmi"
Lascio parlare loro, ciò che provo è penso lo tengo dentro di me.
Una infermiera mi porge la cartella della mia paziente e io la prendo al volo continuando spedita verso al sua stanza.
La voce della ragazza mi raggiunge.
"Ah, dottoressa Donati, la paziente ha una visita in questo momento..."
"Ha una visita alle 7.50 di mattina? È un parente?"
"Non credo dottoressa..." Risponde lei
"Come sarebbe a dire? Se non è un parente o un genitore che gli ha concesso di entrare a quest'ora?" Dico acida e nervosa. Ecco, nervosismo e acidità invece in questo periodo abbondano. Sono più intransigente di prima, più nervosa di prima, più dura di prima e se possibile più stronza, con tutti, nessuno escluso.
"...non...lo so...dottoressa....prima c'era il padre qui...credo...che lui abbia dato il permesso..." Risponde la giovane infermiera intimorita.
"LEI CREDE? LEI PENSA? ....lei non deve fare ne l'uno né l'altro! LEI deve sapere chi entra nella stanza di una paziente che ha rischiato di morire ed è stata in ISOLAMENTO!!! Non siamo in un albergo! LEI È in un reparto di rianimazione! DEVE SAPERE chi entra e chi esce ! È chiaro?" La mia voce si è alzata di diversi toni, mi rendo conto che sto quasi urlando in faccia a una infermiera giovane, probabilmente inesperta, a pochi centimetri dal suo viso.
La vedo sbiancare e rimpicciolirsi sempre di più, le lacrime pronte a scendere ferme sull'orlo delle ciglia.
So che sto esagerando, so che sto solo sfogando la mia frustrazione, la collera, la depressione su una sottoposta che di colpe ne ha poche ma non riesco a fermarmi, quella è l'unica valvola di sfogo che ho in questo periodo è me ne frego altamente di quello che pensa o prova l'altra gente.
"Ha ragione....mi....scusi..." Dice con la voce quasi rotta.
"Le scuse sono inutili! Almeno quanto il lavoro che sta facendo lei qui dentro!"
La lascio lì, delle sue scuse non so che farmene, tanto meno delle sue lacrime e della sua incompetenza.
Volto l'angolo dietro cui si trovano le stanze di degenza. Il personale nel corridoio ha chiaramente sentito la mia sfuriata, alcuni mi guardano con occhi sgranati, altri evitano i miei occhi, qualcuno finge di trafficare con il carrello della terapia mentre io transito, testa alta, passo di marcia dritta in direzione della camera di Isabella.
Davanti al battente chiuso non penso minimamente di bussare prima di girare la maniglia e entrare. Apro la porta quasi sbattendola al muro e nel'istante in cui le figure appaiono davanti ai miei occhi vorrei, fortemente vorrei, aver bussato, ma soprattutto vorrei che quell'infermiera incompetente avesse saputo chi era in visita alla mia paziente.
Paulo è lì, seduto di fianco a lei, che è appoggiata ai cuscini, sorridente e luminosa, come solo lei può essere.
Rimango pietrificata. Ferma immobile sulla soglia della porta, né dentro né fuori, in bilico, come lo è tutta la mia vita da quasi un mese a questa parte. Un mese. Mi rendo conto in quell'istante che è passato un mese, che novembre è alle spalle e Natale si avvicina a grandi passi. Un mese senza la sua voce, senza un suo messaggio, senza le sue mani, senza la sua bocca, senza il suo corpo, senza quella cadenza melodiosa nel suo modo di parlare. Un mese in cui lui ha compiuto gli anni, in cui ha continuato a giocare, viaggiare, vivere, uscire e forse in cui si è abituato all'idea che diventerà papà.
Tutto mi arriva addosso in una frazione di secondo. E capisco che per me è un mese in cui non ho vissuto, ho lasciato andare le forze, mi sono crogiolata nel mio dolore, non ho nemmeno provato a reagire, a sciogliere la mia anima da quel groviglio che è diventata. Un mese in cui non ho smesso di amarlo. Ed è una certezza assoluta.
"Ciao doctor's! Sei già qui! Hai visto chi è venuto a trovarmi?!"
"Ciao. Si, vedo...." La consapevolezza che lui davvero sia venuto solo per trovare lei un po' mi fa male. Capisco che non voleva incontrarmi, altrimenti non sarebbe venuto a quest'ora del mattino. Capisco che quando l'ho accusato di usare Isabella per arrivare a me ho commesso un errore di presunzione enorme, lui davvero tiene a lei e io ho sbagliato ancora una volta.
"Buen dias dottoressa..." Dice alzandosi dalla sedia.
"Buongiorno..." Riesco solo a dire questo.
"Credo che sia arrivato il momento della visita medica Paulo!" Dice Isabella.
"Lo credo anch'io...il mio tempo è scaduto...ma torno a trovarti presto bellezza!"
Si abbracciano e io resto a guardarli.
"Grazie per il regalo Paulo! È bellissimo!"
"Di niente nina! Fai la brava!"
"Certo! Sono in ottime mani, dovresti saperlo!"
"Lo so!" Risponde lui guardandomi in modo sfuggente
Non dico nulla. Non ho nulla da dire e sinceramente sono senza parole. Immagino di come posso apparirgli in questo momento.
Sciatta. Senza trucco. Pallida. I capelli raccolti a caso in una coda quasi sfatta. Infagottata tra la divisa verde e il camice bianco. Ma in fondo che importanza ha? Lui non è più solo, non lo sarà mai più, avrà un bambino e probabilmente una moglie o una compagna.
Sono assorta nei miei pensieri quando mi giunge la voce di Isabella.
"...vero doctor's?...doctor's????"
"Eh....? Scusa, ero sopra pensiero Isabella non ho capito cosa hai detto?"
Lei fa un piccolo è finto sospiro spazientito.
"Dicevo...che tu e Paulo vi vedrete anche stasera, giusto?"
Rimango paralizzata. Ma cosa dice? Anche lui fa cenno di sì con la testa.
"Bella, credo che il tuo doctor's si sia scordato che stasera c'è la cena di Natale della Juve..."
"Ma dai Paulo! Come fa a dimenticarsi una cosa del genere! È la sua prima cena di società! Una roba fighissima! Qualunque donna vorrebbe essere lì con voi!"
"Hai ragione, chica, molte vorrebbero esserci...ma non il tuo doctor's evidentemente no..."
In un lampo, come un fulmine, mi passa nella mente l'invito che ho ricevuto più di due settimane fa, un cartoncino elegante color écru su cui era scritto un invito, quello alla cena di Natale della società, con la data di...non ricordo...e ora credo che sia di quello che stanno parlando. E si, l'ho totalmente dimenticato!!!
"Doctor's di a questo qui che non ti sei scordata l'invito!"
"Isabella....." Sto per dire che invece si, l'ho fatto, ma lei mi guarda spalancando gli occhi, facendomi capire di mentire, di non dire nulla davanti a lui e di farlo per lei.
"...certo che NON l'ho scordato!" La mia affermazione risulta più falsa del bacio di Giuda, ma a lei sembra bastare, anche se Paulo alza un sopracciglio in una smorfia che solo io posso vedere.
"Ecco! Te lo avevo detto che non l'aveva dimenticato!" Dice Isabella trionfante ad un Paulo ancora perplesso ma che dissimula molto bene ciò che in realtà pensa.
"Sarà una serata bellissima e domani doctor's mi dovrai raccontare tutto per filo e per segno!"
Faccio solo un cenno di assenso con la testa.
"Beh, bella, ti lascio ai tuoi impegni..." Risponde lui dandole un bacio sulla guancia e dirigendosi verso la porta sulla quale io sono rimasta ferma.
"Ciao Bella!...dottoressa...a stasera allora? Buona giornata..."
"Anche a lei...."
Mi fissa un attimo meglio occhi, lo sguardo serio, il volto tirato ancora una volta in una domanda inespressa.
Tutto dura una frazione di secondo. Una frazione in cui solo noi capiamo la muta conversazione che ci accomuna.
Mi sposto per farlo passare. Transita davanti a me, senza sfiorarmi minimamente, anzi, si appiattisce il più possibile contro lo spigolo della pota aperta e una volta che è passato se ne va. Senza voltarsi. Gli sono totalmente indifferente e la cosa, inaspettatamente mi punge come uno spillo tra anima e cuore.
Con quella puntura che mi procura più dolore di quello che avrei mai pensato inizio le pratiche mediche su Isabella.
Cerco di concentrarmi sulla visita ma lei è incredibilmente eccitata, non fa che parlarle della serata che mi aspetta, di quello che farò, delle persone che ci saranno e via di questo passo.
Mi concentro sempre di più, ma faccio fatica a non ascoltarla, a smorzare il suo entusiasmo.
"Cioè sarà bellissimo...ti rendi conto? È come essere invitati alla corte della regina inglese..."
"È solo una cena Isabella...e non so se ci andrò ...Rispondo senza alcun trasporto per ciò che mi attende.
"SOLO UNA CENAAAAA??? E NON SAI SE CI ANDRAI???? Non sai cosa darei per essere a quella cena..."
Quella frase finale mi arriva come un colpo di frusta sulla schiena. Ha ragione! Sto facendo tante storie per cosa? Una cena? Una storia finita? Mentre lei? Lei è rinchiusa qui per sopravvivere, per avere una speranza.
"Hai ragione Isabella"...
"FINALMENTE!!! Che cosa ti metterai?" Chiede
Ecco! A questo non ho pensato. Considerando lo stato in cui sono ora la cosa mi sembra insormontabile.
I capelli sono cresciuti e non hanno più una piega considerando che ultimamente li tengo sempre legati. Non vedo l'estetica da più di un mese e quindi peli superflui a più non posso! Per non parlare del mio colorito cereo. Come posso essere presentabile per stasera? Impossibile...poi...poi lui verrà con lei...e lei sarà perfetta, con i capelli impeccabilmente lisci..forse si vedrà la pancia...
"Stai esagerando! Non può competere con te nemmeno se passa la giornata dal chirurgo plastico!" Il mio omino che da qualche tempo è diventato quasi muto torna a farsi sentire, con un piglio aggressivo.
"Allora? Che cosa metterai? NOOOOOOO!!! Non dirmi che non ci hai pensato!
Infatti non ci ho pensato, così come avevo rimosso l'impegno mondano figuriamoci se avevo preparato qualcosa da indossare.
"Allora doctor's adesso mi ascolti bene!"
La mia mente è confusa, vaga da un pensiero all'altro cercando da casa iniziare.
All'affermazione di Isabella quasi mi metto sull'attenti.
"Hai una zia con un negozio di abbigliamento giusto?"
"Si..."
"Perfetto chiamala e dille che hai bisogno di un abito per stasera..."
"Hai ragione! Ok! "
"Scrivitelo! Altrimenti te lo dimentichi..."
Dal taschino prendo un blocco è una penna e scrivo " 1) chiamare zia"
"Fatto..."
"Bene...capelli! Hai bisogno di un parrucchiere..."
"2) chiamare parrucchiere...fatto"
"Doctor's sei depilata?"
"Come scusa?..." La guardo ad occhi spalancati
"Gambe, ascelle, braccia, baffi...sono depilati?"
"Uhm.....baffi e braccia si...."
Mi prende un braccio e lo scopre tirando su la manica del camice. Con attenzione puntigliosa scruta la pelle e poi mi fissa.
"Secondo te questo braccio è depilato?..." Mi guarda con aria interrogativa e indica con l'indice il mio avambraccio dove effettivamente un po' di peluria sta rispuntando, forse qualcosa in più di un po' a pensarci bene...
"DOCTOR'S! CERETTA!!!" Mi intima sempre puntandomi contro l'indice
E io scrivo 3) ceretta.
"E l'inguine?"
"Come scusa?" Le chiedo
"Dico, l'inguine è depilato?" La sua vocina si è fatta inquisitoria.
"Isabella...."
"Doctor's queste cose le sanno pure i sassi! Vedi il lato positivo della chemio? Peli superflui estirpati" e si mette a ridere. Com'è incredibile che lei, così giovane e così torturata dalla malattia trovi il lato positivo in qualcosa di tanto distorto.
"Ok, ok! Non mi metto nemmeno a discutere! Ceretta total body e non se ne parla più!"
"Brava doctor's! Perché nella vita non si sa mai!"
"Proprio MAI! Fidati!" Sorrido scuotendo la testa.
"Per il trucco direi che ti puoi arrangiare..."
"Si, credo di potercela fare..."
"Benissimo! Quindi abbiamo messo tutto, concordi?"
"Concordo!"
Il resto del pomeriggio trascorre spuntando ogni punto della lista che Isabella mi ha costretto a scrivere.
Ceretta. Parrucchiere. Estetista. E alla fine abito.
Alle otto in punto sono pronta, guardo il mio riflesso nello specchio intero di camera mia.
I capelli hanno una piega perfetta nel loro ondulato natura. L'abito, un tubino nero di D&G che mia zia ha scelto per me mi cade a pennello. Uno scollo a "V" profondo mette in ridato le mie curve, il seno modellato da un push-up di raffinato pizzo nero si intravede dalla scollatura.
Ho perso qualche chilo e la vita si è assottigliata mettendo in risalto i fianchi ben proporzionati. Le scarpe decolte' dal tacco alto, di una delicata sfumatura dorata slanciano ancora di più la mia figura, abbinate alla pochette dello stesso colore.
Le braccia sono scoperte ma la zia mi ha fornito una raffinata pashmina di cashmire bianco con qualche filo dorato nel tessuto.
Il trucco non è troppo pesante, l'unica concessione è il rossetto rosso anni '40 che ho sulle labbra.
Afferro la pashmina, la pochette e infilo la pelliccia ecologica nera che la zia mi ha prestato, do' un ultima occhiata alla mia immagine prima di uscire di casa e decido che, malgrado tutto, può andare, posso fare la mia bella figura!
"Sei uno schianto baby!" Mi dice il mio omino alzando i pollici e strizzando l'occhio.
Lo ignoro con un mezzo sorriso ed esco.
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Il telefono vibra come sempre.
"Pronto..."
"Novità della giornata?"
"È andato all'ospedale stamattina presto..."
"Come è andato all'ospedale? Perché? Dovevi avvertire...sai come devono andare le cose!"
"Calma! Lo so perfettamente! Non ho avvertito perché non c'era nulla da dire...non è andato per la dottoressa..."
"E allora...?"
"È andato a trovare la ragazzina ricoverata...ma..."
"Ma cosa?"
"Si sono incontrati lo stesso..."
"Come sarebbe a dire che si sono incontrati lo stesso? Cosa dice il nostro gancio interno?"
"Non è successo niente! Si sono solo incrociati nella stanza della ragazza...lui è uscito subito, il gancio dice che non ci sono stati altri contatti tra loro..."
"Uhm...ne siamo sicuri?"
"Certissimi"
"La dottoressa cosa fa? Sei da lei?"
"Si...sta uscendo in questo momento...va alla cena...molto elegante se vuoi saperlo..."
Dall'altra parte arriva solo una risatina.
"Non la perdere d'occhio...soprattutto stasera..."
"Non c'è problema."
Click. Comunicazione terminata. Come al solito.
La guardo salire in auto, che spettacolo di gambe! Beh, non solo di quelle. La dottoressa è dimagrita in questo periodo, l'ho vista uscire infagottata e stanca, perdere peso, mangiare poco o nulla e sono certo non dormire. Stasera però, ha rispolverato la "maschera" dei tempi migliori. Abito scuro, pelliccia nera, tacco alto, calze velate e capisco perché si può perdere la testa per lei.
L'altro telefono squilla e rispondo subito.
"Dove sei?"
"Sotto casa di Caterina..."
"Cosa fa?"
"Sta uscendo, o meglio sta salendo in macchina diretta alla cena, è questo che volevi sapere? Volevi essere sicuro che ci sia...beh, ci sarà, sta partendo in questo momento..."
"Si, avevo paura che all'ultimo decidesse di non venire...stamattina era...stanca...temo che non stia bene..."
"Paulo, non posso dirti che sta bene...non puoi nemmeno aspettartelo! Ma al momento non possiamo farci niente...adesso deve andare così...lo sai?, fidati di me!"
"Lo so...mi fido e lo sai...ma vederla così..."
"Beh, tranquillo, stasera la vedrai in tutt'altro modo..."
"Ok, grazie..."
"Fai la tua parte...al resto ci penso io, d'accordo?"
"Intesi."
Click. Fine della chiamata.

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