XVII

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«È scoppiata una bomba in questa camera?» aveva domandato lui con un ghigno, osservando il disordine inaspettato in camera da letto.
«Questo è quello che mi capita nei momenti di down» aveva vergognosamente confessato, chinandosi per recuperare qualche abito lasciato sul pavimento.

Era la nuda e cruda verità.

C'erano giorni in cui il mondo le si stringeva attorno al petto, giorni in cui  anche il suo corpo le stava stretto addosso.
Momenti in cui l'angoscia le si attorcigliava tra i muscoli e le impediva qualsiasi tipo di sforzo fisico.

Si sarebbero abituati anche a quello.

E la ragione dei crolli che ripetevano pedissequamente degli schemi ormai annuali, non era pronta per essere esplicitata all'uomo difronte a lei.

Un giorno forse.
La risposta che si davano entrambi quando i silenzi si facevano troppo pressanti.

«Stavo a scherza' Mati', che te voi mette mo a sistema'?» aveva bloccato i suoi movimenti posando le mani grandi sulle sue spalle.
«C'hai ragione» lo aveva assecondato capendo che non fosse il caso.
«Jo» lo aveva poi richiamato prendendo posto accanto a lui ai piedi del letto.
«Dimme» si era girato verso di lui.
«Non farmene pentire» un tacito sigillo di non abbandono.

«Mati', per me tu sei casa ormai. In 'sti giorni mi è mancata la terra sotto ai piedi» si era confessato, accanto a lei con gli occhi spalancati e la sicurezza nell'eloquio.
Poi, si era lasciato coccolare da quelle mani che tutto avrebbero immaginato tranne che ritornare a seguire la scia dei suoi nei.
«Vorrei stare così sempre, tutto il giorno» aveva aggiunto poggiandole una mano sul ventre, che automaticamente si ritirò un po' indietro per arginare i brividi dovuti al contatto.
«Anche io» aveva finalmente risposto lei voltandosi per unire le loro labbra, mentre la mano di Joseph si faceva sempre più possessiva e scendev più in basso.

Gli occhi del ragazzo poi, si spalancarono di stupore quando Matilde aumentò il contatto salendo a cavalcioni sui suoi fianchi. A quel punto le mani di Joseph si erano spostate al di sotto della felpa, sfiorandole i seni.

Dopo qualche minuto fatto di studi, respiri lenti e mani in difficoltà, le felpe di entrambi si aggiunsero alla montagna di abiti in fila sul pavimento.
«Puoi» le aveva detto lei sentendolo esitare nei tocchi, chinandosi verso di lui per far frizionare il centro delle loro voglie, ancora rivestito dai pantaloni.
Joseph fece prima scivolare le mani nervose contro i suoi glutei, avvicinandosela ancora.
Poi, la guardò rimanere nuda e primitiva proprio sotto i suoi occhi.
«Sei sicura Mati?» si era voluto accertare lasciandosi sbottonare i jeans.
«Sicura» aveva allora annuito facendo collidere finalmente le loro voglie.

Erano aggressivi, pareva avessero la costante paura di perdersi mentre si mordevano porzioni di pelle, quasi a punire il piacere e non farlo uscire dalla bocca.
L'insicurezza di Joseph aveva smesso di esistere nell'istante in cui aveva capito quanto deifica fosse quell'esperienza.
Non parlavano, la voce non aveva spazio per fuoriuscire tra i gemiti, però si guardavano, eccome se si guardavano.

Si guardavano dicendosi tutto e il contrario di tutto, si leccavano e vicenda i rivoli di saliva tra le labbra e il mento, impugnavano le lenzuola con le mani unite e perdevano i volti affondando nei cuscini.

Tutto così perfetto e vernacolare.

«Resta ancora un po'» gli aveva detto quando avevano raggiunto entrambi il culmine, volendo sentirlo dentro di lei ancora per qualche secondo.
Lui acconsentì, posando la guancia nell'incavo dei suoi seni e cogliendo gli ultimi sprazzi di beatitudine dati da quel contatto.
«Resto tutto il tempo che vuoi Mati'» aveva risposto mentre gli occhi si facevano più pesanti.

E si addormentarono così, nudi e scoperti.

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora