XXX

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«Amo'» ormai era un richiamo obbligato.
«Che?» domandò lei faticando a voltarsi verso di lui tra le vie strette del centro.
«Damme a mano che c'ho paura che te perdo» avanzò una scusa per stringerle la mano e giustificare le guance tinte di porpora tutte le volte che la loro storia si faceva altro da loro.

Tenerle la mano voleva dire renderli anche un po' degli altri, di tutti quelli che abbassavano lo sguardo verso quell'unione e sorridevano pensando alla propria, di quei bambini che tiravano il braccio dei genitori e credevano di sussurrare guarda quei due e invece lo urlavano a squarciagola.
«Oggi siamo romantici eh?» lo stuzzicò lei prendendosi gioco della sua timidezza, mentre lui la trascinava verso una via più appartata.
«Ma la vuoi smettere?» si sentì scuotere le labbra dai suoi baci, mentre se la spingeva addosso come se non la baciasse da giorni.
«Mo' la posso smettere» ammise lui, decretando di averle consumato le labbra abbastanza.
«Sembriamo due ragazzini» notò Matilde spensierata allungandosi sulle punte per stringergli le braccia attorno al collo.
«Me fai stare high» la fece sorridere sulle sue labbra.
«'nnamo Mati' prima che me metto a fa 'e pazzie» la tirò dolcemente, tornando nel costante fiume di gente che era Roma Centro.
«Se magnamo na cosetta?» le domandò indicando con la testa l'osteria di un amico, che a detta sua faceva a mejo carbonara de Roma, e guai a contraddirlo.
«Vabbè» annuì lei seguendolo.

[...]
«Ao, ma vedi chi ce sta» furono accolti da una voce calda, evidentemente sorpresa di rivedere Joseph.
«Ciao Giù', che c'hai posto pe' due?» chiese lui passando una mano sulla vita di Matilde.
«E come no» li condusse a un tavolo per due, lanciando un'occhiata veloce alla fila che si era creata all'esterno del locale.
«Certo nun m'a ricordavo così Cecilia, me devi spiega' poi» sussurrò l'amico all'orecchio di Joseph, che al nome sgranò immediatamente gli occhi, evitando lo sguardo di Matilde.
«Vabbè mo arrivano per la comanda eh» li salutò il ragazzo, spostando l'attenzione verso i clienti.

«Ma che davero Jo?» sbottò lei, non appena lo sconosciuto sparì dalla sua visuale.
«Che?» chiese lui nonostante sapesse dove, giustamente, la ragazza stesse andando a parare.
«Mi hai portato dove portavi la tua ex?» domandò retorica, perché tanto la risposta l'aveva già ottenuta.
«Non c'ho pensato Mati'» ammise spostando lo sguardo, ovunque ma non i suoi occhi.
«Vabbè, pensa scema io che ci penso sempre a non farti male» si alzò dal tavolo guardandola contrariata.
«Vado un secondo al bagno» lo avvisò allontanandosi da lui per coprire gli occhi lucidi.
La feriva, irrimediabilmente, senza pensarci. Perché il fantasma della sua ex era una nuvola grigia che gravitava sulle loro teste.
Non se ne parlava mai ma era ovunque. Tutte le volte che mettevano piede fuori dalla porta di casa, ecco che arrivava qualcuno a ricordarle quanto la sua condizione fosse provvisoria.

Con un fazzoletto ripulì gli angoli degli occhi leggermente sbavati dalle lacrime che premevano per uscire, poi ritornò al tavolo come se nulla fosse perché farsi vedere instabile in pubblico era vietato.
«Ho ordinato pure per te» le disse vedendola annuire con gli occhi proiettati verso il cellulare.
«Co chi te scrivi?» domandò allora lui, sporgendosi per tentare di leggere.
«Dopo mio fratello ci porta Leo» lo avvisò riponendo il cellulare sul tavolo.
«So contento» ammise sinceramente lui.
«Almeno ce sta qualcuno che nun me dice e cazzate» esternò quei pensieri ad alta voce.
«Stai a fa 'n casino pe niente» serrò i denti, inasprendo il tono.
«Non c'ho pensato, o capisci? Volevo solo farti sta bene e invece so er solito cojone» continuò dopo qualche minuto di silenzio e occhi puntati verso la porcellana dei piatti vuoti.
«Vabbè, nun voi parla'» decretò lui estraendo il pacchetto di sigarette dal giaccone.
«Vado a fumare» con un cenno del capo indicò la porta d'uscita.

Niente da fare, non seguirlo era impossibile. Più scorrevano i minuti, più le paure prendevano il sopravvento sui suoi pensieri.
«C'ho paura Jo» lo affiancò.
«Un secondo prima tocchiamo il cielo con un dito, quello dopo non so nemmeno cosa siamo e mi sento  l'ombra di quella relazione» ammise estraendo un'altra sigaretta dal suo stesso pacchetto.
«È questo il problema Mati'? Che non sai cosa siamo?» addolcì la voce lui, comprendendo il suo stato d'animo.
«Lo devo scrivere sui muri che sei la mia ragazza? Che per te me lancerei nel Tevere?» domandò retorico avvicinandosi al suo volto.
«Non lo dici mai che so la tua ragazza, non me l'hai mai chiesto» tirò su con il naso, instabile nelle sue paranoie.
«Tu prendi le mie paranoie e le fai stare ferme. Tu le fai stare ferme» le sussurrò all'orecchio, quasi fosse un segreto da tenersi stretto tra i sussurri.
«L'ho dato per scontato amo', però vuoi esse' a pischella mia?» chiese grattandosi la nuca imbarazzato.
«Chiedimelo meglio» lo stuzzicò.
«Vuoi essere la mia ragazza?» si schiarì la voce, ignorando lo sguardo dell'amico che dai vetri del locale guardava entrambi con aria sognante.
«Ora sì, ma pure prima» annuì lei avvicinando il viso al suo.
«Mo sì che sto apposto, però annamo a magnà che me sto a sentì' male».

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora