XXIX

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I capelli lunghi sfuggivano dal cuscino e si prolungavano verso il suo viso punzecchiando le lenzuola sgualcite e il naso arrossato dal freddo.
L'odore della loro pelle imprimeva ai cuscini un profumo tale che nulla era in grado di annientarlo.

Confluivano l'uno nell'altra e si sgualcivano le mani vellutate a furia di strofinarsele addosso.
Poi arrivava, feroce e imperterrita l'aria invernale che spingeva le inferriate della finestra socchiusa e si adagiava spudorata sul corpo più scoperto di lei diventando pelle d'oca.

E lui, che diventava appiglio contro l'aridità di gennaio e si lasciava stringere i fianchi da quelle braccia esili e incoscienti, immerse in un torpore soporifero.
Una visione spirituale.
Un quadro che lo obbligava a disoccuparsi dalla realtà ed immergersi nella sua.

A Joseph, sembrava di non aver mai visto la luce del giorno prima di quell'istante.
Incredibile, come il mondo si facesse più piccolo e loro così grandi da sovrastarlo.
Allora allungò il braccio libero per tirare più su la coperta sul loro corpo, preferendo il benessere alla visione della pelle scoperta della venere accanto a lui.
E se quello non era amore, allora era la primavera nel pieno inverno.

E sei tu nella tua interezza,
il mito dell'origine del mio mondo.
Come quel fiore, che cadde dalle dita incerte.
Io ti amo allo stesso modo,
claudicante arranco verso di te
e cado tra tue incertezze.

A quel movimento d'aria lei mugolò un lamento, facendosi più stretta al suo corpo.
«Dormi ragazzi', che te serve» le sussurrò posando le un bacio sulla tempia.
«Sono sveglia» borbottò lei affondando il volto nell'incavo del suo collo.
«Non volevo svegliatte, è che te stavi a congelà» specificò sbloccando un'inaspettata parlantina.
«Non fa niente» sorrise intenerita.
«Ti va di accompagnarmi in studio più tardi?» domandò un po' incerto.
«Mi va.» annuì, prima che entrambi si addormentassero nuovamente, cadendo in quella tranquillità che solo l'assemblaggio dei loro corpi poteva regalare.

[...]
«A te 'nte sveglia manco er cannone der giannicolo a mezzogiorno eh?» domandò lui qualche ora più tardi.
Ormai era giorno inoltrato e la città correva avanti irrefrenabile sotto di loro.

Ma a chi importava?

«Che scemo» gli mordicchiò la spalla, punendo la sua ilarità.
«Ao, ma che fai me mozzichi?» scoppiò a ridere, tirando indietro la testa verso il cuscino.
«Scusa amo', non ti volevo prendere in giro» allora si fece più serio nel guardarla.
«Che hai detto?» arrossì lei oltre i limiti del comprensibile.
«Che nun te volevo prende 'n giro» ripetè con tono interrogativo.
«No, no. Prima, dico» specificò.
«Amo' nun me ricordo, ch' ho detto?» domandò realizzando immediatamente.
«L'hai fatto di nuovo» sorrise emozionata,
«Amo', amo', amo'» ripetè strofinando le labbra contro la sua guancia levigata.
«Mi fai usci' de testa quando parli così» confessò a quel punto lei.
«Ah vedi che lo conosci il romano allora?» le pizzicò il fianco.
«Certo che lo so parlare Jo, è che mi hanno insegnato a parlare da signorina» sbuffò lei ripensando alla cultura dell'educazione controllante dalla quale era stata forgiata.
«Vado matto se me parli così» mugugnò lui contro la sua guancia.
«Solo quando sono a mio agio. Solo quando sono con te» una promessa implicita, solo a lui indirizzata.

[...]
«Piacere, Jacopo» il medio dei fratelli le porse la mano.
«Matilde» concluse la presentazione.
«Sto studio è un casino, Joseph è un disordinato cronico» il ragazzo si grattò il collo imbarazzato dal disastro che cospargeva l'abitazione.
«Sono abituata» ironizzò lei, ondeggiando lo sguardo verso il più piccolo.
«Ao, che voi di'?» Joseph si avvicinò, con il sorriso sereno a incorniciargli il volto.
«Niente, niente» lo prese in giro lei, spostando naturalmente la testa contro il suo petto, sotto lo sguardo attento di Jacopo.

«Me piace» mimò con il labiale quest'ultimo al fratello più piccolo, che annuì in risposta.
Devi vede' a me Ja.

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