XLIV

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'nto sei evangelica Mati', che te farei na statua d'oro e d'argento pe tutti gli ossimori che incarni,
che ce scriverei mille poesie con gli occhi tua.
E te porterei pure 'a luna a fatte compagnia, solo che poi chi jo dice ar sole che a compagna mia è più bella d'a sua?

Le avrebbe mangiato gli occhi, per vedere attraverso i suoi.
Le labbra umide, solo per dosare l'ultima goccia del suo antidoto.
Le mani, per toccare con più gentilezza tutto ciò che all'infuori di lei gli appariva rovina.

«Ciao Jo'» si stropicciò gli occhi, risvegliandosi dal sonno che l'aveva finalmente cullata.

Dopo le confessioni si erano addormentati nuovamente, quella volta un po' più vicini, un po' più in sincronia.
La serenità era finalmente ritornata ad essere casa.

«Ciao 'more» soffiò sul suo viso prima di lasciar strofinare le labbra contro il naso sottile di lei.
«Me fa strano, ma so contento da mori' te giuro, come na pasqua me sento» esclamò, consapevole che con lei non servisse mentire.

Era felice, compiuto, pieno.

«Ao, che stai a pensa'?» interruppe il flusso di pensieri della più piccola, che in quel momento malcelava occhi lucidi.
«Che me sei mancato Jo'» allacciò le braccia attorno al suo busto, beandosi del calore del suo corpo seminudo.
«Mo sto qua Mati', in realtà non me ne sono mai andato» la rassicurò lui.
«'O so ci', so io che non riuscivo a torna' da te» confessò lei.
«Ao ma che te metti a fa a coatta?» sfumò ironicamente la malinconia che si nascondeva dietro quella confessione.

Rideva beffardo ma in realtà quelle parole gli erano arrivate dritte al centro del petto.
L'aveva sentita lontana da lui, aveva temuto il peggio quando la sua cinquecento bianca si era trasformata nella spettatrice più accanita dei loro addii.

Adesso, che la sua regazzi' era ritornata a casa quasi non ci credeva.

«Stupido» gli regalò quell'appellativo affettuoso prima di stropicciarsi gli occhi e tirarsi più giù i pantaloncini arricciati sulle cosce.
«'Nte copri' amo', che sei a mejo quando te se vede a pelle» bloccò le sue mani compiendo il movimento opposto al suo.

Palmi caldi le si posarono sui glutei, scavando sotto il tessuto dell'indumento pudico.
«Jo'» sospirò lei consapevole della piega che quel momento avrebbe preso.
«Non sto a fa niente» abbassò il tono affondando i polpastrelli nelle curve morbide di lei.
«Da quant'è che non stiamo insieme?» domandò retorico.
«Troppo» rispose di impulso lei mostrando una parvenza di cedimento alle lusinghe.
«Dobbiamo rimediare regazzi'» stabilì lui bruciante di desiderio bloccandole le parole in bocca con un altro bacio, questa volta più grezzo, quando tentò di rispondere.

E se lui aveva aperto le danze, Matilde fece la danza più sinuosa mai vista prima,
percorrendo abilmente tutto il suo petto e fermandosi solo dove sapeva Joseph avrebbe smesso di pensare.
Le mani di lui le carezzarono i capelli, assecondandola nei movimenti, poi si fecero più violente, stringendole in un pugno la stessa porzione prima toccata gentilmente.

«'Nce sto a capì niente»
Le parole di Joseph, prima di affondare tra le sue pieghe e riprendere tutto l'ossigeno che gli era mancato.

[...]
«Jo, seriamente vestiti» lo tiro da un braccio, persuadendolo a tirarsi fuori dalle coperte.
«No» scosse la testa ingenuamente, controbilanciando la forza affinché fosse lei a cadere un'altra volta a letto.
«Restiamo solo io e te, fanculo mio fratello» la persuase.
«Jo', per una volta che qualcuno ci invita a pranzo» sbuffò.
«Ho capito 'more, però fino a Fregene mica ce devi guida' te» sbuffò una risata.
«Niente sesso per una settimana» incrociò le braccia al petto fingendo autorevolezza.
«Ao 'nnamo a Fregene, che guida' me piace na cifra» balzò fuori dal letto facendola scoppiare in una risata.

Che bella la felicità.

——————
Apro questo spazio autrice per scusarmi in primo luogo per la mia assenza.
Matilde e Joseph mi sono mancati da morire!
Venerdì ho incontrato Joseph ed è stato un po' come assaporare la felicità, non smetterò mai di ringraziarlo e ringraziare voi per tutti i riscontri positivi.
Vi voglio bene!

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