XLI

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Non toccarsi, non guardarsi ma sentirsi, sempre.
Era questa la regola capitale delle ultime settimane.
Un hai mangiato? Che al secondo messaggio si trasformava in un posso passare da te?
E poi le ore nel solito salotto a fingere che a costringerli a non separarsi fosse l'ozio quando, invece, erano in astinenza da amore.

La lontananza scandita dal tramonto del sole e l'alba a riavvicinarli.

Un amore passionale, diventato quasi platonico che senso aveva di esistere?
Menzogne, aveva tutto il senso del mondo perché senza dirselo a voce alta si stavano riscoprendo e ricostruendo.
Era tutto un ritorno alle origini, una impellente necessità di far colare dell'oro tra i cocci rotti.

«Buongiorno» non si fece domande quando lo trovò alla porta, con due brioches calde nella mano destra e un caffè nell'altra.
Lo accolse silenziosamente, lasciando che lui la seguisse in cucina e si beasse della sua presenza.
«Nun ce stava quella co' a crema» ruppe il silenzio lui porgendole la sua colazione.
«Mi piace lo stesso» accennò un sorriso quasi imbarazzata dalle premure alle quali si era disabituata.
«Non hai dormito stanotte?» gli domandò al suo secondo sbadiglio.
«No, ho finito alle sei in studio. Non c'ho avuto proprio tempo di dormire» confessò.
«Jo'» perentorio fu lo sguardo che ricevette.
«Devi dormire» sospirò avvicinandogli il bicchiere di caffè nel vano tentativo di aiutarlo.
«Mati'» fu la risposta mentre si portava il bicchiere alle labbra.
«Nun me fa' di' cose che non vogliamo sentirci dire» attenuò il romanaccio verso la fine della frase, facendo implicitamente riferimento al fatto che no, non erano le ore in studio a toglierli il sonno ma il fatto di non avere il suo respiro accanto durante il sonno.

«Scusa» prese coscienza del suo errore.
«Che te dico sempre? Nun te devi mai scusa' co' me» la fece arrossire come una ragazzina alla prima uscita.
«Lo so» accennò un sorriso che nascose dietro la mano libera.

Poi Joseph si fece serio, il viso gli si incupì e la voce straripò dalle labbra tremolanti.
«Me manchi Mati'» e mai dichiarazione fu più percepita dai sensi.

Dalla pelle al cuore.

Brividi lungo la spina dorsale, crampi allo stomaco.
Era la prima volta, dopo settimane che lo ammetteva a voce alta nonostante se lo ripetesse costantemente in mente.
Gli mancava anche se era sempre lì, perché inaccessibile.
E quante volte si era legato le mani dietro la schiena pur di non avvicinarle alle sue, quanto tempo aveva passato a calibrare le emozioni per non rovinare tutto.
Matilde non rispose, si limitò ad accarezzargli la guancia sfregando il pollice contro la pelle morbida.
«Scusa se non parlo, è che non so da dove partire» sussurrò lei sentendo la gola seccarsi.
«Non c'è bisogno di parlare Mati'» annuì lui, spingendo i secondi indietro pur di bearsi sempre un po' di più di quel contatto e facendo, d'altra parte, appello a tutto l'autocontrollo che possedeva per non far collidere le loro labbra.

Poi fuoco d'artificio e la mano di Matilde si posò su quella di Joseph.
«Non finirà mai tra me e te, lo sai ve'?» esplose arrendevole.
«Anche accanto ad altre persone, saremo sempre noi» concluse rabbrividendo all'idea di Joseph con un'altra donna al suo fianco.
«Mati', o con te o con nessun'altra. Preferisco crepa' da solo che pensamme co n'artra che non c'ha er profumo tuo» fu immediato e passionale nella risposta, proclamando una verità assoluta e inconfutabile.

Matilde a quel punto fece uno slancio verso di lui allacciando le braccia attorno alle sue spalle.
«Me manchi pure tu Jo'»

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