XIII

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Matilde fissava il vuoto da qualche ora.
La casa silenziosa, le lezioni terminate, la mente svuotata.

Joseph era andato via prima che il fratello di Matilde tornasse per recuperare Leo, probabilmente timoroso di incontrare un altro membro della famiglia.
Il bambino, all'assenza di Joseph si era dimostrato dispiaciuto, così aveva insistito per lasciargli dal telefono della zia un messaggio vocale.
«Ciao Jo, mi dispiace che sei andato via. Ci vediamo presto ve'?» aveva domandato con la vocina assonnata, senza ricevere risposta alcuna, neppure a due giorni di distanza.

E se la ragazza inizialmente aveva giustificato l'assenza impegnandola con le occupazioni della giornata, adesso seduta sulla sua poltrona, con una sigaretta a penzolarle dalle labbra si domandava il perché di quella mancata risposta.
Controllava ossessivamente il suo ultimo accesso, lo osservava aggiornarsi continuamente, formulava milioni di messaggi nella testa ed esitava nel chiamarlo.

Tra le sue virtù cardinali c'era la prudenza.
Un pregio effimero, volto al sacrificio di se stessi in favore del benessere dell'altro.
Per questo stava lì a lasciar cadere quelle mancanze, come se lui fosse legittimo detentore del privilegio di sparire.
Non poteva farlo.
Non dopo tutta la magia dei giorni precedenti.

Le sue riflessioni furono immediatamente interrotte, dallo squillo del cellulare.
«Matilde, ma ci sei stasera?» la voce di Lavinia, una collega dell'università emerse dall'altro capo del telefono.
«Ma dove Lavi'?» domandò lei un po' spaesata, mentre lasciava morire la sigaretta nel posacenere.
«Ma come non ti ricordi? Ci sta la festa all'Eur stasera» aveva continuato la collega, mentre Matilde iniziava pian piano a ricordare di quell'impegno preso settimane addietro.
«Certo che ci sono» annuì senza che nessuno potesse vederla, sicura che una festa fosse la soluzione adatta per distrarsi e abbandonare i pensieri in un angolo cieco.
«Allora ti passo a prendere per le dieci, ciao stella» la ragazza la salutò, interrompendo la telefonata.
Il tono esuberante di Lavinia l'aveva quasi fatta rinsavire dall'intorpidimento di quei momenti, così si era avviata verso il suo armadio per scegliere l'abito adatto da indossare, attenta ovviamente a non lanciare nessun'occhiata alla felpa che Joseph aveva abbandonato sulla sedia.

[...]
Quando Lavinia l'aveva accolta in macchina, la stessa ragazza era rimasta sbalordita da come il tubino nero fasciasse il corpo dell'amica, con un paio di anfibi a contrastare il candore della spalla nuda.
«Stellì, quanto semo bone» si era complimentata lasciandole due baci sulla guancia, tenendo la macchina ancora in moto.
«Sempre la solita esagerata Lavi» aveva risposto entrando nell'auto, tirandosi più giù l'abito.
«Poi me lo dici che c'hai eh» le aveva lanciato un'occhiata all'amica, leggendo dell'evidente disagio nei suoi occhi.
«Non ci voglio pensare e basta» l'aveva liquidata spegnendo il cellulare, per impedire a se stessa di ricontrollarlo mille altre volte ancora.

«È la villa di un tipo comunque» Lavinia le confessò spegnendo il motore dell'auto.
«Ah non lo conosciamo?» domandò Matilde, inibita dalla situazione.
«No, però c'aveva invitate n'amico suo» le confessò, afferrandola dolcemente dal braccio per condurla verso l'attico.
«Ammazza, proprio difronte al Colosseo quadrato» notò allora Matilde voltandosi leggermente verso le vetrate appena fuori la porta d'ingresso.

E se, voltarsi le aveva causato piacevole stupore, riportare lo sguardo nella direzione primitiva le accartocciò lo stomaco.
Perché Joseph era proprio lì, ad aprirle la porta a guardarla con gli occhi spalancati e la gola schiarita dall'imbarazzo.

«Ciao Mati'»

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