II

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«Si è fatta l'alba per davvero» aveva realizzato Joseph mentre i primi filamenti di luce squarciavano il Tevere.
Matilde aveva gli occhi inumiditi dal sonno e la bocca secca di chi si era raccontata per ore.

«Io torno a casa, allora» fece per congedarsi, perché tutto ciò che si faceva o diceva durante la notte doveva restare lì, nel buio.
La luce non aveva posto per i racconti, non se li meritava.
«Mi ha fatto piacere parlare con te, regazzi'» ammise lui accarezzandole la guancia, le mani congelate dal freddo e un brivido a scuotere entrambi.
«Matilde» lo corresse fingendo uno sguardo torvo.
«Ha fatto tanto piacere anche a me» ammise sinceramente, accoccolandosi su quella mano che era ancora sulla sua guancia.
«Regazzi' me piace de più, è il nome che ti ho dato per tutti sti giorni» le confessò scoprendosi un po'.
«Come ti pare» lei cedette, sciogliendo il contatto tra le loro pelli.
Fece un cenno della mano per salutarlo e si avviò nella direzione opposta alla sua.

«Aspetta, ma 'ndo vai?» si sentì richiamare dalla voce del ragazzo.
«A prendere i mezzi» ammise ovvia, abituata a spostarsi per Roma, anche nelle ore più scomode con i trasporti pubblici.
«Vieni che ti dò uno strappo» La richiamò a se, perché solo un incosciente l'avrebbe lasciata andare via da sola.
«Grazie» aveva sorriso lei non opponendosi, rincuorata dalla quasi consapevolezza che quella sera avrebbe fatto ritorno a casa sana e salva.

«Guarda ce l'ho lì l'auto» indicò una cinquecento bianca che le fece domandare come mai un ragazzo con le sue possibilità si esibisse per strada.
Scelse di ammutolire quelle domande, optando per il silenzio e si accomodò nell'abitacolo.

«Me devi solo di' da che parte devo anna'» le disse aspettando delle indicazioni che non tardarono ad arrivare.
«Posso scegliere la musica?» Non resistette a quel desiderio.
«Ah pure?» la prese in giro lui lanciandole un'occhiata divertita.

«Abito proprio lì» indicò un portone dopo il viaggio in macchina.
«Siamo pure vicini regazzi', e non ci siamo mai incontrati?» si domandò lui, notando quanto poco distassero le loro abitazioni.
«Mi sono trasferita qui da poco» rispose Matilde armeggiando con la borsa, alla ricerca delle chiavi di casa.

«Non le trovi?» le chiese.
«No, ma devono essere qui, tu vai pure, anzi grazie ancora» fece per scendere dalla macchina ma lui le afferrò dolcemente il braccio.
«Aspetta, cercale con calma, perché io non me ne vado fino a quando non entri».
La risposta a quella rassicurazione fu un sorriso di ringraziamento da parte della ragazza.

«Eccole» tirò un sospiro di sollievo estraendole dal taschino interno della borsa.
«Per un attimo ho sperato che le avessi dimenticate» abbassò il tono della voce.
«Perché?» Domandò lei ingenuamente facendolo sorridere.
«Perché così te tenevo con me ancora un altro po'» ammise nascondendosi dietro al tono spavaldo.
Lei scosse la testa, arrossendo nel lasciargli un bacio spontaneo sulla guancia per salutarlo.

Joseph assuefatto da quella bellezza immacolata, la guardò scendere dal veicolo, aspettando che rincasasse prima di mettere in moto.

Talmente rapito da quei momenti, da non accorgersi del suo viso a qualche centimetro dal suo finestrino.

«Vabbè, che fai? Sali?»
Era ritornata.
Non sapeva quasi niente di lui ma era ritornata.
«È che m'o chiedi regazzi'?»

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora