XXVI

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«Deve essere papà, apri Tata che non ci arrivo» esordì il bambino al trillo del citofono, colmo di entusiasmo malcelato.
«Aspetta un secondo Le'» si alzò lentamente dalla poltrona, avviandosi verso la porta d'ingresso a piedi scalzi.

«È permesso?» la voce nell'ombra la fece raggelare sul posto.
«Joooo» Leo corse tra le braccia dell'uomo appena arrivato.
«Ciao piccole', hai visto che so arrivato?» scompigliò i capelli del più piccolo, accogliendolo tra le braccia possenti.

Se solo fosse stato meno codardo, puntando il suo sguardo su quello della donna avrebbe colto il verde dei suoi occhi sbarrato.

«Tata l'ho chiamato io Jo, perché è mio amico» il bimbo si rivolse a lei, nascondendo il volto nel cappuccio del più grande.

«Mi sa che si è arrabbiata» cercò conferma in Joseph al silenzio della zia.
«Me sa de sì» rispose il più grande strizzando gli occhi quando la ragazza si allontanò da loro rintanandosi in camera.
«Aspetta qua piccole', ce parlo io co' zia» sospirò, posandolo delicatamente per terra.

Quando, senza esitazioni, aprì la porta della camera la trovò coccolata dal buio e dalle coperte.

Gli dava le spalle, quasi a porre l'ennesima distanza tra loro e lui non faceva altro che ripetersi che cazzata.

Era un ritornello che si riproponeva nella sua mente da troppi giorni, una punizione che aveva trasformato la musica in rumore.

Che cazzata.

«Mati'» si schiarì la voce timoroso di farsi più vicino.
«Che sei venuto a fare?» tirò su col naso stringendosi nel piumone.
«M'ha scritto Leo dal telefono tuo, non potevo non veni'» ammise addolcendosi al pensiero della piccola peste in salotto.
«Perché non mi hai risposto ieri?» domandò di getto, perdendo la corazza che stava cercando di cucirsi addosso.
«Non c'ho avuto il coraggio» provò ad avvicinarsi, sedendosi sul letto matrimoniale e puntando finalmente lo sguardo su di lei.
«M'hai fatto male di nuovo Jo» diede voce a quel pensiero.
«Io non lo so che m'è preso Mati'. Me so vergognato da mori' quanno so annato via» mordicchiò nervosamente le labbra screpolate.
«Io lo riconosco Mati'. So di non essere il meglio per te. So' un casino e c'ho sto problema della gelosia che mi corrode. Però non voglio rinunciare a te, io non lo posso fare.» Parlò a ruota libera, accogliendo il dolore di quei giorni.

Appariva tutto una poesia già letta.
Lui che faceva una cazzata e poi tornava da lei implorando perdono perché nel suo abbandono non riusciva a starci.

«Dimmi qualcosa Mati'» la richiamò accostandosi alla sua figura.
«Che te devo di'?» si tirò su, mentre la confusione lasciava spazio a quel linguaggio vernacolare che cercava sempre di nascondere.
«Mannamece pure a quer paese, ma damme 'na reazione» rispose lui tentando di porre freno al suo tremore.
«Non tremare» fermò le sue mani tra le sue, perché anche sgualcita si sarebbe sempre presa cura di lui.
«Scusa, è che so' un po' nervoso» disse timido sfiorandole i pollici.
«Dove dormi adesso?» chiese premurosa, soffermandosi sui segni scuri sotto gli occhi grandi.
«Sto in studio, oppure ogni tanto da qualche amico. Na cervicale che manco t'o dico» sdrammatizzò, trascinandola mentalmente nel limbo tra la possibilità di perdonarlo e quello di scacciarlo via.

«Saresti potuto tornare da lei, l'hai fatto?» mandò giù un groppone amaro.
«Non c'ho pensato manco per un secondo» rispose di getto, quasi scottato da quella domanda.
«Ci andiamo piano, Jo? Io te lo giuro, vorrei riavvolgere il nastro ma mi hai fatto troppa paura» ammise riferendosi alla sua iracondia.
«Ci andiamo piano Mati'. Niente più cazzate» promise, illuminato da quel perdono a metà, ibrido e deifico.

Sei dolce reliquia di cui custodire la preziosità. Un calice da cui berrei fino all'ultima goccia, ma che conservo intatto.
Perché ti amo Mati'.
E mai amore fu più puro della mia voce che incontrò il tuo assenso.

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora