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Trastevere di notte, un quadro impressionista.
Un demone che ti afferra l'anima e la fa volteggiare.
Una danza caotica in cui ogni corpo sembra condannato a diventare un contorno sfumato, solo per una notte oppure per una vita.
L'asfalto ti ancora a se stesso, le voci ti rapiscono e nessun risarcimento vale la pena da esser ripagato.

Trastevere di notte ti entra nelle ossa, ti sbatte sul viso una magia tale da farti aggrappare fino all'ultimo a qualcosa.
Poi le luci dell'alba ti riconducono a casa, un drink offerto e il motivetto di quella canzone strimpellata in piazza Trilussa ad abitare la mente fino al risveglio successivo.

I corpi sfocati, fuggiaschi erano per antonomasia la descrizione perfetta dei venerdì sera di Matilde, quelli in cui con i capelli ancora spettinati dall'ultima giornata di università della settimana lasciava che il tram la conducesse nel suo luogo del cuore, lo stesso del caos.
Quella sera, aveva scelto di spegnere il cellulare. Perché la sola cosa di cui le importasse era esattamente dove l'aveva lasciata la settimana precedente.

Sapeva che lo avrebbe trovato lì. Stessa ora, stessa piazza, stessa chitarra.

Non sapeva chi fosse, ma erano quattro venerdì di fila che lo trovava difronte alle scalinate, al centro della piazza, con la custodia della chitarra posata sui sampietrini e il Tevere alle spalle.
A differenza di tutti gli artisti che si esibivano in quel luogo, pronti a fuggire a gambe levate al primo bagliore di una voltante della polizia, lui era l'unico che aveva scelto di non presentarsi, nessuno sapeva il suo nome, né un nome d'arte, né un biglietto da visita.
Si portava con sé, un'accogliente e paradossale espressione di smarrimento. Come se non sapesse quale fosse casa eppure era tutto lì ai suoi piedi.

Accordava la chitarra dava due colpi di indice sul microfono e iniziava a cantare.
Una voce travolgente, piena di nostalgia ed un viso scavato da quelli che Matilde riconosceva essere i fantasmi del dolore.
Credeva di sapere di cosa si trattasse, anzi ne era certa, perché erano le stesse vibrazioni che le avevano plasmato il viso per anni.

Così si era seduta sulle scalinate, non troppo vicina ma neppure così distante da non accorgersi di come lui avesse accennato un sorriso non appena l'aveva riconosciuta.

Era la magia, non conoscersi ma riconoscersi.
Un patto stipulato segretamente. Lui arrivava, sistemava il suo fardello e aspettava di vederla arrivare, poi le accennava un sorriso e aspettava che lei annuisse con il capo prima di iniziare.
Non si erano nemmeno scambiati un saluto a voce, eppure  chi li guardava da lontano dava per scontato che si conoscessero da una vita.

Tuttavia, quella sera Matilde era persa.

Come ferma ad un bivio, tutto musica e pensieri.
Era talmente fuori di sé che nemmeno si era accorta del modo in cui la gente avesse iniziato a correre, rifugiandosi nei bar limitrofi. Talmente persa da non accorgersi di come il suono della chitarra fosse stato sostituito dalle sirene della polizia.

E forse fu quello, oppure era già successo, l'attimo in cui capì che quando il destino decide di annodarti ad un'altra vita non hai via di fuga alcuna.

Si sentì tirare per un polso, risvegliandosi dal torpore che la stava cullando.
«Regazzi' devi correre, ce stanno e guardie» si sbilanciò in avanti afferrando la mano dell'unica voce che era rimasta in piazza.

Corsero per qualche isolato, non accorgendosi neppure che la stesse guardie, come lui le aveva definite con dell'abbondante punta di sdegno nella voce, non avevano neppure iniziato a seguirli ed impietositi da quel quadretto di arte e meraviglia avevano scelto di voltare la testa dall'altro lato della strada.

Tutto urlava a tutti, non questa sera.

«Fermo un secondo» le aveva detto lei abbandonandosi contro la prima parete.
«Non credo ci siano più» notò lui in bilico tra il preoccupato e il divertito.
«Non ti capita spesso ve'?» chiese lei.
«De fa che?» rispose tirandosi su la zip del giaccone colto dall'ennesima folata di vento.
«Di essere beccato, dico» specificò.
«No, regazzi' no mi capita mai. E poi non capisco che famo de male che ce l'hanno sempre con noi» sbuffò estraendo un accendino dalla tasca.
«Matilde, comunque» si presentò finalmente.
«Giusto, Joseph. Vuoi?» le allungò una sigaretta sedendosi sull'asfalto.

Il caos si era ammutolito.

«Grazie» la afferrò sorridendogli.
«Servivano le guardie per riuscire a parlarti» Joseph lanciò il guanto di sfida, non ricevendo risposta se non un viso accaldato dall'imbarazzo.
«É che ogni volta che finisco di cantare, non ho il tempo di sistemare la roba che sei già volata via» aspirò la sua sigaretta guardandola con la coda dell'occhio.
«Penso che tu sia molto bravo» cambiò discorso accomodandosi al suo fianco, su quel divano d'asfalto improvvisato.
«Ma penso anche che tu sia molto lento a risistemare la tua roba» continuò con un ghigno sul viso.
«Regazzi' che fai la simpatica?» scosse la testa, poi gettò il mozzicone per terra e si alzò.

«Vabbè regazzi' vado a prendere due birre».

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora