XLII

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«Allora io vado» Joseph le adagiò un bacio sulla fronte, prima di strofinarsi imbarazzato i palmi contro le cosce sode.

Matilde prima esitò, sentendosi morire le parole in gola, poi colta da un impeto di coraggio si protrasse verso il suo corpo bloccando sul nascere la sua fuga.
«Non te ne andare Jo' » disse timida, percependo il volto accaldarsi.
«Mati'» la guardò incerto sul da farsi.

Quella notte, la vittima delle indecisioni della più piccola era lui.
Restare avrebbe significato illudersi di un ritorno vano, andarsene avrebbe bruciato ogni possibilità.
Ragione o sentimento Jo?

«Stai con me» continuò a martellare le sue emozioni, addolcendo il tono proprio come faceva da piccina, quelle poche volte in cui manifestava il suo bisogno di affetto.
«Restare sarebbe importante per me, davvero tanto. Lo capisci questo Mati'?» Sospirò, tentando invano di opporre resistenza alle sue stesse passioni.
La risposta la conosceva, dopo averla persa sarebbe rimasto, sempre.
«Dormiamo Jo', ne abbiamo bisogno» lo condusse angelica verso la camera da letto.

Così rispolverarono il loro vecchio copione.
Lui che si toglieva la maglietta perché guai a dormire con i vestiti sporchi, lei che timida spegneva la luce per spogliarsi, lasciando che il buio fosse l'unico spettatore delle sue forme.
Poi i silenzi e la guancia solleticata dalla leggera peluria del petto di lui. E si tornava a casa in un'andata senza ritorno.

«È una strana sensazione» iniziò lui, mentre Matilde alzava lo sguardo verso il suo volto per invitarlo a continuare.
«Mi sembra passata un'eternità dall'ultima volta in cui abbiamo dormito insieme ma allo stesso tempo è come se non avessimo mai smesso» le confidò sorprendendola nell'aver percepito esattamente la medesima sensazione.
«È vero» gli accarezzò il petto incapace di escludersi da quel contatto.
«Me sento a casa Jo, solo co' te» proseguì senza filtri mentre il più grande intrecciava le loro gambe.
«Torna a casa Mati', torna a casa» furono le ultime parole prima di cadere, finalmente, nel sonno di cui entrambi si erano a lungo privati.

[...]

A svegliare Joseph nel pieno della notte fu il corpo tremante di Matilde.
Le coperte si erano aggrovigliate ai piedi del letto, scoprendo i loro corpi ancora stretti e la più piccola, nonostante lo stato di semi veglia, proprio non ce l'aveva fatta a districarsi da quel contatto.
«Amo'» l'incoscienza del sonno lo riportò per inerzia all'uso di quel nomignolo, errore per il quale si morse la lingua sperando di non essere stato udito.

Sottone Joseph, sei un sottone.

Sciolse momentaneamente il contatto per allungarsi e riprendere il piumone quando Matilde spalancò gli occhi.
«Jo'» lo chiamò sentendo il suo calore venir meno.
«Sto qua» sussurrò lui adagiando la coperta sui loro corpi.
«Ok» si accoccolò a lui, posando la guancia sulla sua.

Proprio non ci riuscivano a stare separati.

Poi, il calore della gota fu sostituito da un bacio sfuggito alle labbra e posato sull'angolo della bocca.
«Che stai a fa Mati'?» le domandò subito lui.
«Niente» si sfilò dalla sua presa maledicendosi per quella avventatezza.
«Scusa» bofonchiò lei, ferita nell'orgoglio da quello che aveva interpretato come un distacco.

«Fanculo» sentì pronunciare da Joseph dopo interminabili minuti in silenzio, lontani ormai anni luce anche solo dall'idea di dormire.

Poi mani grandi che le afferrarono le guance e labbra distrutte dai morsi a collidere tra loro.

«Scusami te, perché non c'ho mai il coraggio di ascoltarmi».
Unì l'ennesima volta le loro labbra, scambiandosi baci a stampo puri, come puro era il loro bisogno di riprendersi la vita in mano.

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