XXXIX

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Sedeva ai piedi del letto, metafora della sottomissione morale alla quale i suoi errori lo avevano costretto a cedere.
Miserabile pazzo d'amore, aveva smesso di scappare e adesso naufragava imperterrito tra gli avidi pensieri.

L'immagine di lei, attraverso gli occhi semichiusi, gli appariva sfocata e inaccessibile, nonostante le mani corressero per sfiorarle il più indispensabile centimetro di pelle che potesse mettere fine al suo supplizio interiore.
Uniti nella lontananza, accomunati dall'odio verso la codardia celavano la necessità di sfiorarsi dietro l'erroneo.
Lei, che dal suo canto avrebbe avuto tutte le ragioni per mandarlo via ma si fingeva dormiente pur di giustificare quella necessità a se stessa, lui che acconsentiva e intrecciava i loro mignoli.
Aveva bisogno dell'ultima scialuppa di salvataggio, l'ultimo barlume di ragione ora che entrambi la perdevano.

«Stai tremando» Matilde sussurrò tenendo gli occhi ancora chiusi, lasciando che i battiti aumentassero al suono della voce della sua sirena.
«Non fa niente» asserì lui perché se il prezzo da pagare per la sua vicinanza erano dei brividi allora sarebbe potuto essere l'inverno più lungo del mondo.
«Vieni» gli fece spazio offrendogli la coperta e lui seguì ammaliato il suo canto.

L'ammissione indiretta, eccola lì servita tra le lenzuola.

Si distese piano accanto a lei che diventava materiale fragile al suo fianco.
Il respiro di Matilde prolungamento del suo, le fronti premute l'una contro l'altra e gli occhi stretti di chi temeva di ritornare alla realtà.
«Scusami amore mio, scusami» prese a ripetere lui tenendole il viso tra le mani.
«Spero tu possa perdonarmi un giorno» le labbra premute sulle tempie.
«È tardi Jo, dormi» si girò sul fianco opposto dandogli le spalle.

Lo spero anche io Jo.

[...]
Il sorgere del sole dissolse l'incantesimo delle tenebre.
Di giorno  non c'era tempo per le debolezze, per i tocchi bisognosi e la malinconia.
«Come stai?» gli domandò vedendola sull'uscio della porta, pronta ad abbandonare la camera il prima possibile.
«Bene» rispose intimidita dalla vicinanza che avevano avuto la notte precedente.
Lui annuì sfregiandosi i palmi contro le guance ruvide, prima di interrompere il movimento ed immobilizzarsi alla vista di una macchia accanto a lui.
«Mati'» la richiamò preoccupato.
«Jo, non dire niente, ti prego».

Sangue era tutto quello che aveva visto Matilde al suo risveglio, era ovunque.
Le scorreva lungo le cosce esili e sporcava le lenzuola candide. Si era allarmata in quella corsa che le era apparsa infinita verso il bagno.

Poi la realizzazione.

In cuor suo lo sapeva, nonostante faticasse a metabolizzare la sconfitta.
Aveva perso.

I campanelli d'allarme le erano sembrati troppo inverosimili nei giorni precedenti. Era giovane, era forte, era sana e nonostante lo stress era stata convinta fino all'ultimo secondo, lei ce l'avrebbe fatta.
Eppure, ecco che arrivava l'ennesima porta in faccia.

Aveva perso l'ultima cosa che la legasse a Joseph, la più grande, la più importante.
Aveva perso il suo bambino e con esso tutte le possibilità di ritornare alla vita.

Non riusciva ad ammetterlo, non riusciva a concepirlo mentre la ginecologa al telefono le dava tutte le possibili spiegazioni e la invitava ad una visita di controllo urgente.
Venga con qualcuno che le sta a cuore Matilde, perché non sarà facile.
Le aveva detto facendole crollare ogni speranza.

Ma aveva scelto di non ascoltarla, si era vestita di coraggio e con la sua unica ecografia stretta tra le mani era in procinto di raggiungere lo studio di ginecologia.
«Dove stai andando?» Joseph le aveva domandato retoricamente, nonostante le risposte fossero evidenti.
«Non ho bisogno della tua pietà» gli aveva detto sfogando tutta la sua aggressività verso di lui.
«Mati', nun scherza'» si era precipitato fuori dal letto per raggiungerla.
«Ti accompagno» aveva preso le chiavi dell'automobile dal comodino.
«No» aveva scosso la testa celando il dolore dietro la falsa fermezza.
«Te prego, lasciami fa' almeno questo» l'aveva supplicata con un filo di voce.
«Non fingere di non esserne sollevato» lo ferì con le parole, ripagandolo con la stessa moneta che Joseph le aveva scagliato contro con i suoi addii.
«Non dirmi questo, ti supplico» nascose i pugni stretti dall'ansia nei polsini della felpa.
«Non chiuderti Mati', non te lo meriti» tentò di scartavetrare i suoi muri.
«Andiamo» annuì, perché non aveva le forze di lottare anche contro di lui.

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