VII

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Joseph lo ricordava, il momento in cui da ragazzino aveva rubato dalla biblioteca del fratello più grande un libro di poesie di Baudelaire.
Nessuno gliene aveva mai fatto menzione, eppure nera sempre stato attirato.
Così, una sera aveva aspettato, con la smania con cui si desidera l'inaccessibile, tutti si rifugiassero nelle proprie camere per sfilare dalla biblioteca quel tanto agognato libro scuro dalle rifiniture dorate con il sapore del proibito, I Fiori del male.

Tra tante, una poesia si era dichiarata alla sua anima e dopo averci danzato ne aveva irrimediabilmente decretato il posto all'interno.

A una passante.

Non si trattava solo di una poesia, era pura materialità che nel fiore della sua adolescenza gli aveva fatto sentire sulla punta della lingua il sapore della passione, la ricerca della bellezza fuggitiva, l'idea di amore all'ultimo sguardo.

In quel momento, guardandola tra le coperte sfatte, si sentiva posseduto da quella passione sensibile.

E proprio quando sapeva che avrebbe potuto toccarla, percorrere le gambe statuarie fino a star male, si immobilizzò.

«Me sto a sentì' male Mati» riuscì solo a dire, sfilandosi il maglione nel sentirsi fin troppo accaldato.
«Che hai?» domandò leggermente preoccupata tirandosi su per avvicinarsi al suo corpo.
«È che sei tutta bella, volevo sbrocca' quando ho visto come te guardavano» ammise studiandola.
«Jo, non devi fa' così però» cercò di spiegargli con cautela, per poi di continuare «e poi esageri, c'era ben altro da guardare» lo tranquillizzò invano «te non ti accorgi di quanto bella sei» rispose lui, gettando indietro la testa contro il cuscino.

«E tu? Te ne sei accorto di quanto bella so'?» domandò avvicinandosi all'altezza dei suoi occhi. «Che 'nse capisce?» domandò portandole una mano sul cuore.
«Non mi capita spesso Mati', de fermamme a guarda' na donna» ammise sinceramente.
«Te sei oltre» concluse il suo discorso mentre lei nascondeva il rossore affondando la testa nel suo petto.
«Tu mi stai sopravvalutando, Jo» gli confessò, un po' insicura delle sue parole.
«Manco pe' scherzo le devi pensa' ste cose» si interruppe per qualche secondo, cercando il coraggio.
«Però mi piacerebbe conoscerti» continuò passando una mano sul suo stomaco, «scoprirti» fece scivolare sempre più in basso la sua mano che trovò strada libera tra le sue cosce dischiuse appena, «non ti imbarazzare regazzi', che tanto te lo dirò sempre che sei la fine del mondo» concluse, scivolando sul suo corpo per lasciarle un bacio, di quelli che si prendono e ti lasciano senza fiato.

Lentamente, senza la voracità della voglia, riprese a sfiorarle l'intimità, accertandosi dall'espressione sul suo viso che tutto andasse bene.
L'assenso alle sue incertezze avvenne quando lei posò la mano sulla sua, spingendola verso quella zona che chiedeva di più.
Le dita, allora, superarono gli ostacoli dei tessuti e si intrufolarono dentro di lei, facendole accorciare il respiro.
E in quel momento, lui morì e resuscitò. Perché anche se avrebbe a lungo faticato ad ammetterlo a se stesso, mai aveva toccato una donna con quell'attenzione.

[...]
«Se è un sogno, nun me svegliate» aveva esordito facendola ridere.
«Dormi allora» lo aveva preso in giro «eh, me sa. Me hai fatto stanca'» si era unito alle risate, mentre riprendeva i suoi indumenti per rivestirla.
«Ferma, faccio io» l'aveva interrotta quando aveva provato ad aiutarlo, per poi far scivolare l'intimo nero verso le sue gambe.

«Non t'ho fatto niente però Jo» lo guardò imbarazzata.
«Volevo soltanto prendermi cura di te, a me ci pensiamo un altro giorno» aveva risposto coprendo entrambi con una coperta forse un po' corta per due. «Buonanotte Jo» alla fine si fece stretta a lui, perché andava bene così.

«E grazie per essere rimasto».

Prospettive /Holden/ Dove le storie prendono vita. Scoprilo ora