8. Il Rainbow Alpaca

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Io e mio padre avevamo radunato in un unico punto tutti i vasi vuoti in plastica e terracotta che nel corso degli anni erano stati lasciati disseminati in giro per il giardino, poi li avevamo riempiti di terra e fertilizzante. Su un forum di giardinaggio c'era scritto che il miglior modo di far crescere le zucchine era dapprima invasarne i semi, poi attenderne lo sboccio prima di trasferirle nel terreno.

Faceva un po' caldo, nonostante fosse ancora aprile: i raggi del sole scavalcavano il tetto e si gettavano in picchiata sulle nostre teste, avvolgendoci in un leggero tepore. Mi trovavo al lato opposto della fila di vasi rispetto a mio padre, ed ero impegnata a inserire una manciata di semini in un buchetto appositamente creato infilando il dito indice nel terriccio, quando mio padre mi disse: - Una mia collega mi ha parlato di un bravo terapeuta, ha lo studio qui in zona. Dice che è molto preparato e che l'ha aiutata a superare certe cose, insomma. Questioni sue personali.

Mi sentii a disagio, tutt'a un tratto. Era evidente che non fosse un discorso uscito per caso, quello tra lui e la sua collega; e immaginai mio padre mentre parlava di me a dei perfetti estranei, chiedendo supporto psicologico.

- Hmmm, - risposi sulle prime. Cercai di vederla dal suo punto di vista: ex fidanzato violento, aggressione e rapimento in casa propria da parte di tre sconosciuti, viaggio in un bagagliaio, prigionia non si sa dove per un anno e mezzo, gente ammazzata di fronte ai miei occhi, fuga in solitaria, senza documenti né soldi. Una persona responsabile avrebbe già cercato uno psicologo per conto suo non appena varcata la soglia di casa, senza aver bisogno di essere spronata a farlo. Anzi: ne avrebbe già cercato uno almeno due anni prima. O tre. O quattro.

- Mi sono fatto dare il numero di telefono, magari te lo lascio scritto da qualche parte. Non sei obbligata, però puoi pensarci. Magari ti fa bene.

Dal mio punto di vista, tuttavia, aveva poco senso: cosa avrei mai potuto dirgli, a un terapeuta? Era chiaro che non avrei menzionato l'Oltre neanche sotto tortura; e per quanto non avessi dato nient'altro che un esame di psicologia da cinque crediti all'università, ne sapevo comunque abbastanza da rendermi conto anche da sola che una terapia, quando non sei disposto tu per primo a essere sincero, non può portare nessun beneficio.

Capii, però, vedendo la sua espressione, che se gli avessi risposto di sì lo avrei fatto sentire più tranquillo. In fondo potevo pure andarci davvero, a qualche seduta: il solo fatto di andarci non mi obbligava a parlare di tutto quello che era successo. - Va bene, ci penso.

- Sennò, se preferisci, puoi sempre tornare da quella dottoressa... Ehm, come si chiamava? La dottoressa Viano.

Mi gelai. Avevo del tutto rimosso di essere già stata da una psicologa, quando ero adolescente.

- No, no. Va bene il tizio che hai detto tu, - gli risposi. E dopo quelle parole, appena sussurrate, mi chiusi nel mio silenzio.

Finimmo di interrare i semi che mancava poco all'ora di pranzo. Dopo mangiato, mio padre si mise davanti alla tv, io me ne andai in camera mia; e così finì la mia giornata. Chiusa lì dentro, tra quattro mura, a spararmi una maratona di telefilm, per non farmi raggiungere da quello strano e indistinto senso di vergogna. E, giunta la sera, chiusi gli occhi sul cuscino, dimenticando del tutto di mandare un messaggio ad Alessio, nonostante in quel periodo ci sentissimo ogni giorno.

 E, giunta la sera, chiusi gli occhi sul cuscino, dimenticando del tutto di mandare un messaggio ad Alessio, nonostante in quel periodo ci sentissimo ogni giorno

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